Sta avanzando a passi da gigante la consapevolezza che l’alimentazione di qualità sia fondamentale per la salute e il benessere

Dagli anni del boom economico, quindi a partire dagli anni ’60, l’industria alimentare ha dettato legge: dalle pietanze “povere” della cucina casalinga siamo passati all’era della trasformazione del cibo. Conservanti, eccipienti, coloranti, esaltatori di sapidità; composti chimici che hanno fanno la storia dei prodotti alimentari degli ultimi decenni. Non era importante la genuinità, quanto il prezzo allettante, il sapore anche se artificiale, e la velocità nel preparare il piatto.

Sughi pronti, quanto vi abbiamo amato! Affettati in busta, minestre in scatola, paste liofilizzate, margarine idrogenate e soprattutto dolci confezionati e snack. Chi riusciva a non cibarsi di questa spazzatura, era considerato un alieno. I fast food, negli anni ’80, hanno contribuito a far degenerare il fenomeno della cattiva nutrizione fino a toccare punte estreme. Eravamo abituati al cibo artificiale, tant’è che i veri sapori, quelli di una volta, sembravano banali.

Poi sono arrivati i prodotti biologici, destinati dapprima solo ai “fricchettoni”, ai cosiddetti “alternativi”, e alle persone colte nell’ambito alimentare. Ma, a parte le materie prime, ahimé, i prodotti biologici di sano avevano ben poco. Leggendo la lista degli ingredienti si trovavano spesso degli elementi nocivi: abbondanza di grassi saturi, zuccheri, conservanti, e valori nutrizionali pari a zero. Avevamo capito finalmente quanto il “biologico” fosse solo una trovata del nuovo marketing. Qualcosa di buono c’era, ovviamente, ma non bastava. Ci voleva un salto di qualità.

Oggi, dicevamo, il consumatore medio ha raggiunto in gran parte la consapevolezza del mangiar sano. Purtroppo, questo fa a pugni con il budget famigliare: più è sano il cibo, più costa. Non per caso le verdure e gli ortaggi sono diventati carissimi rispetto ai tempi della nonna, quando con poche lire si portava a casa un cono di carta strapieno. Il prodotto biologico resta però fondamentale per la nostra dieta, perché di veleni ne abbiamo già accumulati parecchi e ora è il momento di fare pulizia.

Come correrà ai ripari la grande industria alimentare? In sordina lo sta già facendo, anche se spesso in maniera subdola. Prodotti etichettati come “zero zuccheri” quasi sempre contengono dolcificanti pericolosi. “Non contiene olio di palma” spesso significa che viene sostituito dal mediocre olio di colza. E così via.

L’industria pensa ovviamente al profitto, e trova sempre degli escamotage per gabbare il consumatore. Quando non lo fa, perché si dichiara eco-sostenibile, bio, e naturale, i prezzi salgono alle stelle – e quello è il vero valore commerciale di un prodotto sano. Per capire meglio il meccanismo dobbiamo fare un salto oltreoceano, negli Usa, dove i “poveri” si nutrono di junk-food (cibo spazzatura), ingrassano a dismisura e soffrono di svariate patologie. I benestanti, che possono nutrirsi in maniera adeguata, stanno bene. Ma si sa, l’America è il paese degli estremi, dove vige il crudele concetto darwiniano della selezione naturale: va avanti chi può, gli altri soccombono. Qui non tocchiamo quelle vette, ma ci andiamo vicino, perchè la cultura a partire dal dopoguerra è più o meno la stessa.

Sopravviveremo a tutto questo? E riusciranno a sopravvivere le industrie del cibo inscatolato? Questa è una domanda difficile, ma possiamo affermare con certezza che ci aspettano degli anni di grandi cambiamenti.

donna obesa che si nutre di cibo spazzatura